L'Italia si è dotata, già da ben oltre vent'anni, di due leggi tese ad aumentare quantitativamente e a migliorare qualitativamente il verde urbano, la foresta urbana, il patrimonio vegetale che ci permetterà, a fronte dei cambiamenti climatici, di vivere nelle nostre città. Città che non devono essere intese solo come i grandissimi agglomerati urbani bensì anche come le cittadine, i paesi e persino i borghi. Inizialmente, infatti, la prima delle due leggi non aveva alcun limite, solo dopo, con la seconda legge, si è fissato un limite minimo per la validità della norma.

Vediamo dunque cosa dicono queste due leggi:

  • la legge del 29 gennaio 1992 numero 113;
  • la legge del 14 gennaio 2013 numero 10.

La legge del 1992 è una legge di ben 28 anni fa, ci tengo a evidenziarlo: ventotto anni fa; aggiornata nel 2013, fino ad allora completamente ignorata e disattesa e oggi non meno.

  • La legge all'art. 1 impone la piantagione di un albero per ogni nuovo nato e obbliga il censimento della pianta.
  • All'articolo 2 assegna l'incarico al Corpo Forestale dello Stato (oggi smembrato e disperso in altre forze dell'ordine) di dare aiuto alle amministrazioni nell'identificazione delle specie arboree più idonee.
  • L'articolo 3 dispone che se non vi sono sufficienti ed adeguati spazi per piantare i nuovi alberi l'amministrazione può usufruire della proprietà del demanio a tal fine.
  • L'articolo 4 fornisce la copertura finanziaria per l'attuazione della legge sarebbe interessante scoprire dove sono finiti quei soldi.

La legge n. 10 del 14 gennaio 2013, che moltissimi credono sia la legge che ha introdotto "un albero per ogni nato", introduce, in realtà, la giornata per festeggiare gli alberi e alcune modifiche alla precedente del 1992 -limitandone l'azione- ed istituisce il "Comitato per lo sviluppo del verde pubblico".

Gli articoli:

  • L'art. 1 istituisce la "Giornata nazionale degli alberi" nella data del 21 novembre di ogni anno e dispone che le amministrazioni si attivino per realizzarla e pubblicizzarla al fine di sensibilizzare i cittadini al tema degli alberi urbani e ad un maggiore rispetto verso questi esseri viventi. Non solo, l'articolo lega indissolubilmente il verde pubblico agli scopi del protocollo di Kyoto dando chiara indicazione che l'impegno assunto in quella sede deve essere sostenuto da tutti gli enti statali di qualsiasi grado ed ordine e che a quell'impegno non possono sottrarsi nemmeno i semplici cittadini in quanto attori -essi stessi- delle cause del cambiamento climatico attraverso le loro azioni.

  • L'art. 2 introduce la limitazione all'obbligo della piantagione di un nuovo albero per ogni nuovo nato ai soli comuni con più di 15.000 abitanti, estende il dovere di piantagione anche per tutte le bambine ed i bambini adottati ed amplia da sei a dodici mesi il periodo utile per la piantagione. Qui il legislatore ha voluto esonerare i piccoli comuni per mera questione economica perché un posto sul territorio per un albero (che non deve necessariamente essere un albero di enormi dimensioni a maturità) lo si trova a maggior ragione da quando si barattano gli oneri di urbanizzazione con la realizzazione di aree a verde. Alla lettera b del comma 1 si stabilisce che ci deve essere un'anagrafica dettagliata dell'albero piantato (il modo in cui viene censito l'albero) e che le amministrazioni comunali devono prevedere una procedura per quei cittadini (anche aggregati in una qualsivoglia forma associativa) che intendono donare un albero alla collettività. Quest'ultimo punto è di grande importanza sia per sensibilizzare la popolazione sia per coinvolgerla e dare la possibilità di agire attivamente nel miglioramento del territorio urbano e periurbano. Alla lettera c sempre del comma 1 viene inserito l'articolo 3-bis nella legge 113/92 che istituisce l'obbligo di censimento del patrimonio arboreo: strumento fondamentale per la cura e gestione degli alberi pubblici alla luce del principio "se non so cosa possiedo non posso prendermene cura" ovvero anziché un investimento ho un costo. Il comma 2 istituisce il "bilancio arboreo" che tutte le amministrazioni sono tenute a redigere e a pubblicare come ha indicato anche la delibera n.2 del 2014 e ribadito con la delibera n. 17 del 2016 CSVP sottolineando con la delibera del 2017 l'obbligatorietà della pubblicazione anche attraverso il sito internet del Comune.
  • L'art. 3 istituisce il "Comitato dello sviluppo del verde pubblico" ed indica le sue funzioni presso il "Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare" con indicazione, come logica vuole, che il verde urbano pubblico è questione di tutela e di interesse nazionale e non già, come poi avverrà in anni recenti, questione di produzione agricola ovvero di "Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali". Il verde urbano non ha per scopo la produzione di alcunché nell'ambito economico ed è questione di tutela del territorio ovvero di salute umana. Negli ultimi anni, invece, si è assistito ad una deriva verso l'idea che il verde urbano non è cosa diversa dal verde agricolo e che gli agricoltori, in particolare i florovivaisti, sono le figure professionali con le competenze e le conoscenze per la sua gestione. Il verde pubblico va curato e tutelato ed è cosa assai diversa tant'è che l'approccio è medico (non a caso si utilizza il termine cura del verde: "cura" significa prendere a cuore, vigilare con premura, assitere con continuità).

  • All'art. 4 si individuano altre funzioni del CSVP oltre ad indicare, al comma 2, un termine per l'adempimento di quanto indicato dal Decreto ministeriale n. 1444 del 2 aprile 1968 in tema di urbanistica.

  • L'art. 5 indica che anche le iniziative per favorire l'assorbimento delle emissioni di anidride carbonica (CO2) rientrano nella fattispecie dei "Contratti di sponsorizzazione ed accordi di collaborazione, convenzioni con soggetti pubblici o privati contributi dell'utenza per i servizi pubblici non essenziali e misure di incentivazione della produttività"; rafforzando, ancora una volta, la realtà che il verde urbano è funzionale al raggiungimento degli obiettivi del "Protocollo di Kyoto".

  • Art. 6; riporto la prima parte del comma 1 che, a mio parere non ha necessità di essere spiegato: «le regioni, le province e i comuni, ciascuno nell'ambito delle proprie competenze e delle risorse disponibili, promuovono l'incremento degli spazi verdi urbani, di "cinture verdi" intorno alle conurbazioni per delimitare gli spazi urbani, adottando misure per la formazione del personale e l'elaborazione di capitolati finalizzati alla migliore utilizzazione e manutenzione delle aree, e adottano misure volte a favorire il risparmio e l'efficienza energetica, l'assorbimento delle polveri sottili e a ridurre l'effetto "isola di calore estiva", favorendo al contempo una regolare raccolta delle acque piovane con particolare riferimento:» segue un elenco di cui riporto solo i punti che ritengo di particolare interesse:

    • c) alle coperture a verde
    • d) al rinverdimento delle pareti degli edifici
    • g) alla creazione di percorsi formativi per il personale addetto alla cura del verde
  • L'art. 7 decreta la tutela e la salvaguardia degli "alberi monumentali" oltre che dei "boschi vetusti", nei commi seguenti sono le definizioni, chi deve redigere il censimento e le varie sanzioni.

  • All'art. 8 le clausole di salvaguardia.

Ci sono poi le delibere del "Comitato per lo sviluppo del verde pubblico" -istituito dall'articolo 3 della legge n. 10 del 14/01/2013- ed i cosiddetti "Criteri ambientali minimi" (CAM) approvati dal Decreto Ministeriale n. 63 del 10 marzo 2020.

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